D&E Talks – Carlotta Oggioni

Da Roma a Pavia fino agli Stati Uniti, con la pallavolo nel dna: ancora oggi il volley è un punto di riferimento importante nel percorso sportivo e professionale di Carlotta Oggioni.

È insieme a lei che ci schieriamo per un nuovo appuntamento con D&E Talks, le nostre interviste agli atleti protagonisti di Digital & Entrepreneurship in Sports, il Programma di formazione in digital economy di LVenture Group e Training Program by SKS365.

Una passione ereditata in famiglia che l’ha portata giovanissima prima a girare per l’Italia e poi a scegliere un percorso di formazione e sport all’University of Maryland, giocando nel campionato Ncaa e conseguendo la laurea in economia. Quell’esperienza negli Stati Uniti di studentathlete le ha consegnato le chiavi di accesso di due mondi, quello sportivo e quello professionale, che ha l’ambizione di avvicinare sempre di più senza rinunciare alla passione di sempre: la pallavolo.

La tua esperienza sportiva nella pallavolo viene da lontano, anche per il percorso dei tuoi genitori.
Quali sono i valori che ti ha trasmesso questo sport?

La pallavolo è uno sport di famiglia, non solo i miei genitori, ma anche altri parenti hanno giocato o continuano a giocare a pallavolo, sono quasi nata in palestra! (scherza). È uno sport che mi ha dato e continua a darmi tanto, perché sto ancora giocando. Innanzitutto, il valore della squadra, lavorare in gruppo per raggiungere assieme un obiettivo. Poi il valore della fatica, il non mollare mai per arrivare al traguardo, sembra semplice da dire ma farlo ogni giorno, svegliarsi la mattina per allenarsi duramente, è un altro discorso. Infine, l’altruismo e il rispetto per gli altri, facendo parte di una comunità, ognuno è fondamentale e senza l’aiuto del compagno il punto non si porta a casa. Ogni componente della squadra, dello staff è fondamentale.

“Ognuno è fondamentale
e senza l’aiuto del compagno
il punto non si porta a casa.
Ogni componente della squadra è fondamentale”

Questi valori, specie dal punto di vista delle soft skills, pensi diano una marcia in più dal punto di vista professionale?

Sicuramente. Io ho sempre praticato uno sport di squadra e gli insegnamenti che mi ha dato li ho portati con me, dalla formazione alla mia esperienza professionale. Sul lavoro non si è mai veramente da soli. Anche quando non c’è una gestione in team, ci si confronta comunque con il cliente che, rispetto alle proprie esigenze, ha bisogno di un determinato supporto. Il lavoro di squadra è una costante a tutto tondo, sia con il proprio team che con team esterni.

Hai vissuto il modello universitario USA, dove lo sport si concilia con la formazione: puoi raccontarci qualcosa a riguardo?

Ho iniziato a giocare a pallavolo quando avevo 5 anni e mezzo, ho fatto le giovanili a Roma disputando le finali nazionali e giocando allo stesso tempo nelle categorie B1 e B2. Mi sono poi spostata a Pavia per giocare in Serie A2 con la Riso Scotti, l’ultimo anno di liceo classico e terminati gli studi ho preso la decisione di partire per gli Stati Uniti. Ho ricevuto una proposta di borsa di studio per meriti accademico-sportivi. Dei recruiter della Oregon State University hanno analizzato dei miei video, sono venuti in Italia e mi hanno selezionata. Non è stata una scelta facile andare dall’altra parte del mondo, considerando poi come il livello di inglese che apprendiamo in Italia sia ancora da migliorare (diciamo così) ma è stato sicuramente emozionante. Negli States sei uno student-athlete, figura che da noi non esiste. In Italia si cerca di conciliare formazione e sport, ma separatamente, cosa che è un po’ un ossimoro, mentre negli Stati Uniti sei uno studente e uno sportivo a tutto tondo. Da Oregon State mi sono poi trasferita all’University of Maryland, che ha un grande prestigio a livello internazionale, laureandomi in Economia, anche con un po’ di anticipo.

“Negli States sei uno student-athlete,
figura che da noi non esiste.
In Italia si cerca di conciliare formazione e sport, ma separatamente,
cosa che è un po’ un ossimoro,
mentre negli Stati Uniti sei uno studente e uno sportivo
a tutto tondo”

È un modello a cui l’Italia dovrebbe guardare?

Io penso sia veramente un modello che sarebbe opportuno provare a replicare anche nel nostro Paese e un’esperienza che consiglio vivamente a un’atleta di provare, perché è molto formativa, anche se molto dura. Ogni giorno ci alzavamo molto presto per la prima sessione di allenamento in palestra, si studiava poi la mattina con un secondo allenamento all’ora di pranzo. Dopo la sessione di lezioni pomeridiane si svolgeva il terzo allenamento ed era questa la routine quotidiana. Dal punto di vista fisico e mentale è stata sicuramente una prova importante, ma mi ha dato molto anche per il mio percorso di carriera professionale successivo. Diciamo che il percorso di student-athlete ti consegna le chiavi di accesso per entrambi i mondi. Oltre alla crescita come atleta, la formazione negli Stati Uniti è molto più pragmatica, dal primo anno hai la possibilità di entrare a contatto con diverse aziende, perché la concezione è di preparare un potenziale imprenditore del futuro. Penso che la formazione teorica in Italia sia eccelsa, ma la preparazione che ho avuto per affrontare le sfide del mondo reale negli Stati Uniti è sicuramente più avanzata.

“La formazione negli Stati Uniti è molto più pragmatica,
dal primo anno hai la possibilità di entrare a contatto con diverse aziende,
perché la concezione è di preparare
un potenziale imprenditore del futuro”

Lo sport italiano, specie negli sport di squadra, sta affrontando un periodo di difficoltà.
La pallavolo al femminile, dagli ultimi risultati dei team italiani, alla nazionale è probabilmente in controtendenza.  
Qual è lo stato di salute del movimento?

A livello nazionale negli ultimi anni ci sono stati grandissimi risultati, per una serie di motivi. Si è puntato tanto sui giovani, con un cambiamento rispetto al passato, investendo sui giovani talenti. A livello di nazionale maggiore sono state introdotte delle tecniche innovative per il lavoro anche al di fuori della palestra, con workshop sulle neuroscienze e portando avanti delle applicazioni magari già conosciute, ma poco usate fino ad oggi in Italia, per la preparazione degli atleti, il monitoraggio delle performance, le analisi delle partite. C’è un’evoluzione che però manca ancora un po’ nei livelli minori della pallavolo, per cui se dovessi fare un appello alla Federazione, chiederei magari un maggior supporto anche al di fuori del massimo livello perché la crescita di un movimento viene sempre dal basso: la pallavolo è lo sport con il maggior numero di iscritti in Italia.

“Se dovessi fare un appello alla Federazione,
chiederei magari un maggior supporto anche al di fuori del massimo livello
perché la crescita di un movimento
viene sempre dal basso”

A livello lavorativo, imprenditoriale (anche digitale) il nostro Paese sconta una disparità di genere.
È qualcosa che hai riscontrato anche nella tua esperienza sportiva?

Nella pallavolo la differenza c’è, dal punto di vista salariale, sia nell’alto livello che nelle categorie inferiori e c’è una disparità di trattamento anche a livello di vita privata, perché l’atleta uomo viene sempre meno giudicato nei suoi comportamenti. Quest’anno c’è stato un caso che ha sollevato molte polemiche perché una giocatrice è stata licenziata dalla sua società di appartenenza in quanto in maternità. Mi sento di dire che nel 2021 queste situazioni sono inaccettabili, credo sia il momento di passare dalle parole a dei fatti concreti e fare un salto culturale.

Molti sport, dallo stile di gioco, alla preparazione, all’utilizzo delle nuove tecnologie si stanno innovando in maniera sensibile.
Come è la situazione della pallavolo?

Al massimo livello l’innovazione è molto visibile ed è anche sfruttata. Io attualmente gioco in B2 e la tecnologia è molto poco presente. Ci stiamo avvicinando un po’ dal lato della comunicazione, dai social al marketing, ma per il momento siamo fermi qui. Quando ero negli Stati Uniti venivo monitorata costantemente nel mio stato di salute, di preparazione e nelle performance con diversi device. Sono però fiduciosa perché la nazionale e l’alto livello stanno dando un ottimo esempio e sono convinta che piano piano l’utilizzo della tecnologia si allargherà.

Il tuo attuale percorso professionale è già nel campo del digitale.
In questo contesto fortemente impattato dalla pandemia, stai osservando trasformazioni a livello lavorativo e di business?

Già da qualche anno lavoro nel mondo del digital e sicuramente la pandemia ha per forza di cose accelerato la trasformazione digitale, di cui si parla da decenni. Come Paese siamo un po’ in ritardo sui trend mondiali e la pandemia, per quanto negativa, ha forzato dei cambiamenti. A livello professionale sicuramente abbiamo lavorato di più rispetto all’anno scorso perché le aziende sentono con più urgenza la necessità di trasformazione digitale.

“Come Paese siamo un po’ in ritardo sui trend mondiali
e la pandemia, per quanto negativa, ha forzato dei cambiamenti.
A livello professionale sicuramente abbiamo lavorato di più
rispetto all’anno scorso perché le aziende sentono
con più urgenza la necessità di trasformazione digitale”

Perché hai scelto di partecipare a Digital & Entrepreneurship in Sports?
Quali sono gli ambiti del Programma che ti hanno più colpito e quali sono le tue aspettative dopo i primi due incontri?

Ho deciso di partecipare perché questo Programma è un po’ il continuo della mia esperienza. Ho sempre cercato di avvicinare i due mondi che per me sono fondamentali, quello sportivo e quello professionale, e vorrei continuare a farlo. Sono molto soddisfatta del percorso, di lavorare in un gruppo, perché ritornano sempre i valori a cui sono abituata.

Sport e business digitale sono sempre più legati.
Pensi che il Programma possa darti degli spunti o delle competenze utili a riguardo?

Il gap tra sport e business sta diminuendo, lo sport stesso è sempre più un business a livello globale. Personalmente ho un’idea in mente che vorrei cercare di portare avanti all’interno di questo programma e spero che insieme con il gruppo che si è creato e con altri colleghi, io possa arrivare a lanciarla a breve. Sono molto felice che lo sport stia prendendo sempre più piede anche al di fuori delle strette dinamiche sportive. Per fortuna si stanno facendo tanti passi avanti. All’interno dello sport c’è un altro mondo fatto di tantissimi stakeholders: gli sponsor, i fan, i media ed è giustissimo che tutto il sistema venga considerato alla pari di qualsiasi altro business.

“All’interno dello sport c’è un altro mondo fatto di tantissimi stakeholders:
gli sponsor, i fan, i media ed è giustissimo che tutto il sistema
venga considerato alla pari di qualsiasi altro business”